Intervista a JM: «Vi racconto “Uno”, il mio primo disco»
Giovanni Anderlini - Marzo 29, 2019
Matteo l’ho visto la prima volta anni fa nel giardino di casa del mio amico delle scuole medie, che è suo cugino. Era un bambino minuscolo che calciava un pallone più grande di lui mentre sognava, probabilmente, di diventare calciatore. Fortunatamente ha appeso gli scarpini al chiodo appena qualcuno gli ha messo in mano una chitarra. A quindici anni – indicativamente – di distanza da quel nostro primo incontro, ci incontriamo su una collinetta dalla quale riusciamo a vedere la zona industriale di Gualdo Tadino, il posto in cui siamo nati e da cui, per un motivo o per un altro, continuiamo ad andare e venire senza staccare il nostro cordone ombelicale.
Mi ritrovo così davanti quello che era un ragazzino e che oggi è un giovane musicista che cerca di diventare uomo attraverso la propria musica. Mi affascina molto quello che sta facendo con le sue canzoni. Lo seguo praticamente da quando tre anni fa ha pubblicato, sotto il nome di JM, il suo primo ep “Born On Five”. Da quel giorno ha fatto partire una strada tutta sua, che lo ha portato a suonare in tantissimi posti assieme alla sua fidata chitarra e con il supporto di quella bellissima realtà che è l’etichetta umbra Jap Records.
Oggi ci incontriamo perché Matteo, o meglio JM, sta per pubblicare il suo primo disco dal titolo “Uno” – è uscito martedì 26 marzo. Mi dice che è veramente eccitato, che non vede l’ora di farlo ascoltare a tutti. Gli ho chiesto di provare a raccontarmelo: un po’ perché questo suo progetto merita attenzione, un po’ perché sono veramente curioso di sapere come è diventato quel bambino che vedevo giocare anni fa nel giardino del mio amico.

Inizierei chiedendoti di rendere giustizia a questo nuovo disco. Puoi raccontarmi velocemente quanto sono durate le registrazioni di “Uno” e quanta gente ti ha aiutato ad arrivare fino in fondo?
– Il lavoro allo studio JAP Perù di Perugia è iniziato nel settembre del 2017 ed è terminato a dicembre del 2018. Ho portato i provini in studio e lì abbiamo iniziato a lavorarci. Inizialmente facevamo jam session in studio per capire un po’ come arrangiare i pezzi, ma poi ci siamo resi conto che ci portava via troppo tempo e abbiamo deciso di basarci direttamente sui provini. Sono entrato in studio con le idee molto chiare, cioè avevo già in mente come doveva essere il prodotto finale e devo dire che sono molto soddisfatto. Le batterie sono state registrate da Andrea Spigarelli, le parti di basso da Giulio Catarinelli, mentre Daniele Ghiandoni si è occupato delle tastiere in “Agape” e “Aux” ed Eugenio Roccetti dei synth sempre in “Agape”. Finite le registrazioni ho lavorato al missaggio con Federico Brizi e Andrea.
Ci sono state nuove influenze o nuovi punti di riferimento che hanno avuto un effetto sulla scrittura di “Uno”?
– Non so darti dei riferimenti precisi ai quali mi sono ispirato. Posso dirti che più che i musicisti, ho iniziato a prendere di mira il modo di lavorare il suono che hanno alcuni produttori, uno su tutti è Mark Ronson, “UptownFunk” con Bruno Mars mi fa impazzire, e devo dire che in “Uno” brani come “Buzz” hanno subito molto questa influenza a livello di produzione.
Quindi quali suoni sono finiti in questo disco?
– Sicuramente c’è una buona dose di hip-hop, che forse è l’elemento principale. Le batterie sono in questo stile, se le ascolti c’è sempre un campione che rafforza la cassa. Il ritmo è una parte molto importante di questo lavoro, è tutto lì. Oltre all’hip-hop c’è anche il pop più mainstream, lo trovi nei ritornelli, e in alcune delle ballate che ho scritto, tipo in “Aux”. Le due cose si sono fuse e il risultato mi piace molto. Se vogliamo provare a definirlo con una qualche etichetta posso dirti R&B contemporaneo – l’ho letto da qualche parte una volta – direi che si addice molto a quello che faccio perché, se vai a vedere bene, dentro c’è molta altra roba come il soul, il blues, il funky e qualche assolo di chitarra elettrica in pieno stile rock, perché alla fine è da lì che provengo.
L’ultima volta che sei passato a Radio Cult hai parlato di Ed Sheeran e Gemitaiz come punti di riferimento importanti per le tue prime composizioni. A che punto è oggi la tua scrittura?
– Ed Sheeran mi ha dato l’idea di accostare la chitarra acustica a metriche più hip-hop, di lui mi è rimasto questo. Ma sul piano delle scelte musicali in studio non mi ha mai fatto impazzire. Di Gemitaiz, invece, posso dirti che quando l’ho scoperto mi impressionarono molto le sue metriche. Oggi però sono a una fase un po’ successiva a tutto questo: Gemitaiz, Sheeran, e altri mi hanno aiutato a sviluppare un approccio tutto mio che con il tempo ho sviluppato e modificato su me stesso appunto.

Questo oltre ad essere il tuo primo disco è anche il tuo primo lavoro in italiano. Com’è andato questo passaggio dall’inglese e di cosa hai scritto? C’è un qualche filo rosso che lega le tracce?
– Non c’è un filo che unisce le tracce, anzi ogni brano descrive un preciso momento della mia vita o dei miei ascolti musicali. Alcuni pezzi sono di anni fa e hanno subito un processo di lavorazione e di evoluzione che è durato molto. Certe cose oggi non le scriverei o non le farei così. A livello di contenuti ho messo quello che in certi momenti avevo la necessità di tirar fuori. Non si parla di politica, o critica sociale, mi sento personalmente lontano da quei mondi, perché vivo il testo musicale come un qualcosa che non deve necessariamente andare sulla provocazione. Cerco sempre di raccontare o di evocare atmosfere. Per me tutto inizia con la parte musicale, è quella a tirarmi fuori le parole: un determinato accordo, o un determinato giro mi ispirano quell’atmosfera che poi ricollego al mio vissuto. Quindi posso dirti che nei testi ci sono molti riferimenti a fatti personali, a volte generici, a volte più precisi. Non so, penso a “The singer” che è forse il brano in cui vado più nel particolare prendendomela con qualcuno.
Cosa ti era accaduto?
– Un po’ di tempo fa questo tizio – chiamiamolo “organizzatore”- mi ha invitato a suonare a Pisa per un concerto. Arrivato sul posto mi sono reso conto che ero finito in una specie di oratorio salesiano, con tanto di bambini e genitori come pubblico. Insomma puoi capire la situazione. Alla fine ero arrivato fin lì quindi ho anche suonato, ma diciamo che presi proprio una fregatura. Oltretutto il gestore è sparito nel nulla, mi ha bloccato e insomma quando sono tornato a casa ho scritto questo pezzo in cui me la prendo un po’ con lui.
Immagino la vita del musicista che porta in giro la propria musica non sia tutta rose e fiori. Quanto sacrificio umano c’è dietro quello che fai?
– Ma io in realtà ho molti bei ricordi e se penso al suonare in giro posso solo dirti che mi piace. Certo a volte finisci in luoghi un po’ così, incastrato fra impianti che non funzionano e pubblico disinteressato. Capita di ritrovarsi in situazioni che non vorresti, però è bello anche per questo, perché devi sempre reinventarti e trovare qualcosa per far andare le cose al meglio. Anche il discorso del viaggio, il partire per andare a suonare mi emoziona, è un qualcosa di cui non potrei fare a meno. Poi se vogliamo parlare dei costi: spesso non ci rientri, vai sotto, è una fatica. Ma è bello e fa parte del gioco. Mi è sempre riuscito facile.

Vorrei chiederti qualcosa su “Santiago” che secondo me è il pezzo più bello del disco e sembra avere un altro passo. Cosa c’è dietro?
– È l’ultimo pezzo che ho scritto, molto più simile a quello che sono e che sto facendo in questo periodo. Come si capisce dal titolo è figlio dell’esperienza che ho fatto lungo il Cammino di Santiago. Le strofe iniziali le ho scritte prima di partire e il resto dopo essere tornato, è per questo che l’ho messo in chiusura del disco, perché ha un po’ la funzione di spartiacque segnando un prima e un dopo: nel prima puoi metterci tutte le canzoni di “Uno”, che parlano di temi adolescenziali e di fatti che mi sono accaduti durante quegli anni; nel dopo ci trovi tutto quello che sono adesso e che ho intenzione di portare avanti con le nuove canzoni che sto scrivendo e che per intensità sono molto vicine a “Santiago”.
Diciamo che per tutto il disco in un modo o nell’altro ti descrivi, ma in “Santiago” lo fai meglio. Si sente che c’è una carica emotiva diversa.
– Questa esperienza del Cammino mi ha fatto provare sensazioni molto belle, forti e tra loro contrastanti. Quello prima del Cammino è stato un periodo veramente difficile per me, e per metterci una pietra sopra ho deciso di partire per questo viaggio durante il quale mi sono sentito parte di un qualcosa di enorme, in cui ero collegato a tutto il resto. Ogni persona è portatrice di un qualcosa di gigantesco e lì ho realizzato come mai prima queste grandezze. Più dell’attraversare un paese a piedi, ti direi che queste piccole – o grandi – comprensioni sono finite dentro di me e di conseguenza dentro la mia scrittura musicale. È difficile da spiegare, ma ti direi che dal mio Cammino di Santiago in poi è partita una consapevolezza maggiore. Si parla sempre di sensazioni, ma hanno un’intensità diversa e quindi questo brano, come quel viaggio, segna un po’ uno spartiacque per la mia vita e per i miei contenuti musicali.
Non pensi che tutto questo parlare delle tue esperienze possa rendere i testi criptici e poco comprensibili?
– Assolutamente sì, infatti è una cosa a cui ho pensato molto anch’io ed è sicuramente vera. Quando scrivo ho questa tendenza, ma penso che ciò sia un po’ il risultato di come sono fatto come persona: sono molto riservato e quando mi metto lì a scrivere faccio uscire tutto quello che non mi esce normalmente. Mi piacerebbe però che dalle mie parole arrivasse all’ascoltatore uno spunto, una specie di input, che possa fargli dire «aspetta, aspetta in questa cosa mi ci riconosco» anche se è molto personale e legata alla mia vita. A volte quando ascolto una canzone mi basta una parola per farmi un viaggio, ecco mi piacerebbe che la mia musica riuscisse a far questo grazie alla commistione di suoni e parole.
Diciamo che per te la scrittura ha una funzione catartica che usi per allontanare paure, o per sfogare qualcosa di mai detto.
– Sì perfettamente, la stessa “Fratello” è una canzone che si adatta molto a quello che dici. Racchiude un mare di cose, anche se dal testo non sembra. Il modo in cui l’ho scritta non lascia emergere tutto il mondo che c’è dietro, eppure i riferimenti ci sono e scriverli mi ha permesso, sul momento, di liberare questi fatti, di dargli una collocazione, di rendere giustizia a ciò che era accaduto.
Be’ messa così la tua musica ha una bella funzione.
– Sì, mi rendo conto che non riesco a scrivere di qualcosa di felice. «Se sono felice esco», no? Lo diceva Tenco. Be’ lo stesso vale per me. Quando mi metto a scrivere è sempre per parlare di cose che mi turbano. Se mi ritrovo a far questo è perché qualcosa non sta andando.
Quali sono i tuoi pezzi preferiti del disco?
– Direi “Fratello”, “Murphy” e “Santiago”, i tre pezzi in cui sento che sono riuscito a lasciare qualcosa di me stesso, sia a livello musicale che a livello di testo.
Come farai evolvere tutto questo?
– Ho già materiale per un altro disco (ride). Il filone sarà lo stesso. Mi sono reso conto che in “Uno” e in tutte le nuove canzoni che sto scrivendo, c’è una presenza massiccia di pianoforte, mi piacerebbe quindi sviluppare l’approccio che ho con questo strumento in una direzione che mi darà anche l’opportunità di andare verso nuovi suoni. A livello lirico penso che continuerò a parlare di cose che mi scorrono dentro e che dovrò riparare in qualche modo attraverso la musica.
Ascolta “Uno” il primo disco di JM, fuori per Jap Records.
Foto: Uliana Piro
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