Bianco | INTERVISTA
Martina Rossi - Maggio 19, 2018
Ho incontrato Alberto Bianco, in arte solo Bianco, al Capanno17 a Prato prima del suo concerto.
Ci siamo presi una birra e fatti una lunga chiacchierata. Queste sono un po’ di cose che sono venute fuori. Molte risate, molte cose serie e qualche presa in giro.
Ciao Alberto, a che punto sei col tour?
Allora oggi è l’ultima data dell’invernale e, dal 2 giugno, ripartiamo con l’estivo. Ci sono già un po’ di date fissate e tra qualche giorno le comunicheremo. È una bella estate perché ci sono rassegne, festival, son contento di quello che sta venendo fuori. Ci sono già dei festival fissati, dove mi fa piacere tornare/andare, perché hanno comunque un cartellone importante e quindi mi fa piacere essere inserito tra i nomi che rappresentano un po’ la scena attuale.
Stai tornando adesso con il tuo tour personale, dopo due anni passati in giro con Niccolò Fabi. Com’è stato il passaggio da tour di Bianco, a tournista di Fabi, per tornare poi di nuovo al tuo tour?
Beh diciamo che cambiano più che altro le responsabilità. Quando fai il musicista l’unica responsabilità che hai sul palco, è di essere concentrato e dare il massimo per far risaltare chi sta cantando. Di creare uno spettacolo. Nel mio tour chiaramente le responsabilità si moltiplicano in tutto il resto no?! Perché, oltre allo spettacolo, ci sono gli spostamenti, la logistica (ride, ndr), i paganti, e quindi a volte si rischia di essere distratti da tutte queste cose. Per fortuna, ho una squadra di lavoro che mi aiuta a salire sul palco sereno e tranquillo.
Infatti è anche la prima volta che hai una band fissa. Sono quattro anni che siete gli stessi componenti, quindi il gruppo di lavoro funziona bene.
Sì, si è creato un affiatamento figo. Quando suoni insieme da tanto non c’è neanche più bisogno di dire le cose, i nostri gusti si sono fusi insieme. Quello che fanno gli altri mi piace tantissimo e poi anche il disco lo abbiamo costruito insieme, e, portarlo in giro insieme è una grandissima soddisfazione ed è naturale suonarlo insieme.
Ora ti dirò una cosa prettamente da fan, ti ascolto da parecchio e con una tua canzone ci ho pianto. Non mi era mai successo.
(ride, ndr) è positivo o negativo?
Beh per te è positivo, credo, per me sicuramente no (rido anche io, ndr); comunque la canzone è “Drago”, la fai stasera?
Sì, la facciamo
Sì, che bello. Okay chiudiamo la parentesi fan e torniamo a noi. Allora, per quanto riguarda l’album, già il titolo, “4”, mi ha dato l’impressione di essere una sorta di punto fermo. Non so mi da l’idea di essere molto “monumentale” come titolo. Della serie ok, sono in mezzo ad un percorso, che è il mio percorso artistico-musicale, mi fermo un attimo e mi guardo intorno.
Sì esatto. Rappresenta quello, anche. È un titolo volendo anche semplice, che non è stato studiato poi così tanto. Perché, quando ho fatto questo disco ho pensato che la cosa fondamentale veramente fosse il contenuto no?! Quindi l’involucro sarebbe stato una cosa secondaria. Siamo in un momento in cui l’immagine e il nome del disco devono essere urlati, deve essere una cosa urlata sennò non ti cagano no? Però a me quelle dinamiche lì sono state sempre un po antipatiche, e, quindi ho detto : “diamo un titolo molto semplice, che passa anche un po’ in sordina, perché l’importante è che la gente vada poi a sentirsi le canzoni”, che sono quelle che formano l’album.
E quindi è un titolo che rappresenta anche il fatto di compiere il quarto compleanno con i ragazzi della band, il fatto di essere arrivato a pubblicare il quarto disco. Non ti nascondo che è un momento in cui, tiro davvero un po’ le somme di quello che è stato costruito in questi anni, ed è un momento in cui questo disco mi è servito per capire qual è la direzione da approfondire. Credo di aver fatto quattro dischi molto coerenti tra loro, però questo, dal punto di vista delle sonorità e della forma-canzone, della produzione proprio, credo che sia l’inizio di un percorso. E quindi ci stava, secondo me, definire un attimo il tutto. Una tappa, ecco credo di aver compiuto la prima tappa, di aver chiuso la prima tappa. Da adesso in poi si parte con la seconda.
Hai già in mente quale sarà questa seconda tappa o è ancora tutto work in progress?
No, assolutamente. Sto scrivendo pezzi. Ma, a differenza delle altre volte, che è sempre stata un po’ una fatica scrivere un disco, a sto giro è venuto veramente in pochissimo tempo e in maniera super naturale. Per cui sto continuando a scrivere per avere tanto tempo per poter produrre i pezzi, per poterci ragionare sopra e non far le cose di corsa, come sempre.
Quindi stai sfruttando questo momento per “portarti avanti col lavoro”.
Hai scritto questo album a Ortigia, nel periodo del tour con Fabi.
Si, esatto. Durante il tour, perché era Marzo dell’anno scorso. Durante una breve pausa tra i concerti, mi sono preso dieci giorni e sono andato a Ortigia da solo, per cercare non l’ispirazione, perché alla fine avevo immagazzinato tantissime informazione in questi ultimi anni, dalla pubblicazione dell’altro disco. Avevo bisogno di starmene un attimo per i fatti miei e riuscire a tradurre i pensieri in canzoni, in atmosfere.
Dall’album si vede questo richiamo ai luoghi (da Ortigia a Torino, passando per il lungomare Pesarese) e anche al tempo. Penso a “30 40 50”, che sono le fasi della vita. L’impressione che ho avuto è quella di aver cercato di dare una connotazione spazio-temporale ben definita al disco.
Sì, perché il linguaggio che mi piace usare è quello chiaro. In qualche modo poetico, ma chiaro. L’ascoltatore deve poter vedere delle cose. Quindi inserire degli elementi che possano definire il luogo dove è narrata la storia, o la fase di una vita, in cui quella cosa succede. Per me è fondamentale per riuscire a raccontare una storia, dare dei dettagli a chi ascolta. In questi due anni di posti ne ho girato, di cose ne son successe tante e mi andava di raccontarle. Era un’esigenza. Tanti parlano di esigenza, questa era proprio di tornare innanzitutto a suonare con i ragazzi della band, dopo due anni in tour con Niccolò (Fabi, ndr), delle robe nostre; di capire a cosa aveva portato quell’esperienza, e se l’affiatamento poteva tradursi poi in canzoni e suono. La cosa è successa e quindi l’intenzione era quella di raccontare delle storie ma di raccontarle con un suono più maturo, più da band, per far venire fuori quell’esigenza di ragazzi che amano suonare, che lo fanno di lavoro, per grazia ricevuta (ride, ndr), che vogliono fare quello nella vita e produrre un disco in quel modo era la prova e la dimostrazione di tutta questa storia.
Se si parte da una passione che si traduce poi in lavoro viene bene quasi per forza.
Fammi tirare un pò le somme di tutto. Allora sono passati sette anni dal primo disco, che sono parecchi, soprattutto se in relazione alla velocità con cui cambia l’ambiente musicale. Li hai prodotti tutti con la INRI, che in questi anni è cresciuta tantissimo ed è diventata una delle etichette più importanti. Qual è stata la tua crescita? A livello personale come l’hai vissuto il percorso di questi sette anni?
Ma guarda è stata talmente graduale, un gradino alla volta, che faccio fatica a rendermi conto. Poi, per carattere mio, faccio fatica ad apprezzare le cose belle che mi succedono.
Sei una persona triste (rido, ndr)
Si, cioè poi in realtà no. Però dal punto di vista professionale cerco sempre ciò che non mi è ancora successo. Faccio fatica a sentirmi soddisfatto.

Vabè diciamo anche che se uno poi si sente appagato e soddisfatto magari ha meno stimoli, e non cresce più.
Eh certo, però probabilmente vive anche meglio (ridiamo un sacco su questa cosa, ndr). C’è sempre questa cosa che, mi manca sempre quello che non ho ancora fatto e, questa condizione la vivono anche i ragazzi dell’etichetta. Siamo sempre alla rincorsa di non sappiamo bene neanche noi cosa, però siamo sempre alla ricerca di contenuti nuovi, modi di comunicazione nuovi, non per forza quelli che funzionano in quel momento. Da un certo punto di vista è molto più faticoso, ma dall’altro ti da delle soddisfazioni diverse, cercare di fare qualcosa che si allontana dallo standard. È un rapporto molto figo quello che ho con loro. Abbiamo pubblicato il disco il 19 gennaio, quindi son passati tre mesi, e ovviamente stiamo già pensando a come affrontare quello nuovo. C’è già lo studio della copertina, io sto scrivendo i pezzi.
Siete già ripartiti alla grande.
Esatto, dovremmo forse imparare a lavorare su quello che abbiamo e non pensare immediatamente al futuro. Anche perché, un disco come questo, la gente deve avere il tempo di ascoltarlo, di scoprirci dal vivo. È un disco che, quando lo abbiamo pubblicato, sapevamo che non avrebbe fatto il botto mediatico. Perché non ha quelle sonorità che vanno adesso, non ha quelle canzoni da sfruttare come singolacci radiofonici. Perciò sapevamo che il percorso per arrivare alla gente sarebbe stato più lungo di altri progetti in voga adesso.
Questo è un discorso che mi è capitato di affrontare anche con altri artisti, non ha senso cavalcare l’onda della moda se così facendo si perde poi la propria identità e lo scopo del proprio progetto. Non si è più artisti ma si diventa meri esecutori di pezzi.
Si esatto, avendo l’ambizione di durare nel tempo e di mettere come prima cosa, l’autenticità, per forza di cose uno deve decidere il percorso che vuole intraprendere e, lo segue, anche se al momento la musica che suoni non è esattamente quella delle grandi masse.
Però comunque la “nicchia” porta sempre i suoi frutti.
Caspita. Infatti la soddisfazione più grande di questi quattro anni, è di aver costruito un pubblico fedelissimo. Che sono una grandissima fortuna. In ogni città in cui andiamo c’è quella parte che viene a sentirti veramente perché aspetta il concerto da mesi e perché sa le canzoni. Vedere un pubblico che canta dalla prima all’ultima canzone, anche pezzi che manco io mi ricordo (ride, ndr) è veramente una figata. Ed è il motivo per cui si va avanti e si continua a scrivere. È un rapporto indelebile di cui non potrei assolutamente fare a meno.
Conta che io non sono mai riuscita a vederti live, perciò sono parte integrante di quel pubblico che aspetta il concerto e felicissima di poterlo finalmente vedere. Ok, ora ho davvero finito con la storia della fan (rido in maniera molto imbarazzata, ndr).
Fa solo che piacere.
Ho letto diverse cose sul disco nuovo (recensioni, interviste) e tu hai detto che i brani del disco sono delle sorta di lettere scritte ad amici, parenti; storie che racconti a persone a te vicine. Come ti è nata questa cosa? Di raccontare qualcosa a persone a te care attraverso un disco.
Ma essenzialmente tantissime cose non saprei proprio dirle se non con una canzone. Sono cose talmente profonde, che solo la musica mi aiuta a tirare fuori. E poi perché, è un tipo di lavoro e di vita quella che faccio che, ti porta a pensare tanto a te stesso, alla tua realizzazione, sei sempre concentrato su quello che provi, che fai e che vivi, su quanto sei bravo a fare una cosa e su quanto potresti migliorare. Quando appunto mi sono trovato a Ortigia da solo, mi sono reso conto che poi le cose fondamentali che mi mancavano in quel momento, anche se sono stato dieci giorni e non cinque anni, erano proprio il rapporto e le cose che avrei voluto dire a queste persone che mi stanno accanto nonostante io sia una trottola impazzita. E quindi, la cosa più naturale è stata proprio, senza neanche pensare al disco, quella di scriverle. Voglio scrivere questa canzone alla mia miglior amica, perché mi ha aiutato in tanti momenti di merda; voglio scrivere 30 40 50 perché vedo i miei genitori come si stanno vivendo appunto i 40, i 50 e 60 anni. Insomma ero lì per scrivere il disco, ma ho pensato anche che sono canzoni, che ho detto: “inizio a scrivere perché mi va di farlo”, poi anche se non finiscono nel disco, chi se ne frega. Poi magari faccio altri tre giorni di scrittura per il disco, però mi sono affezionato talmente tanto a queste che, facendole sentire a quelli che m hanno aiutato a produrlo, si sono trasformate nell’album. Mi capita spesso sai, di leggere delle lettere di mio nonno a mia nonna, degli anni ’50, e, non hanno un tempo, sono sempre fresche e ti emozionano sempre. Quindi quando c’è quella naturalezza, quella sincerità, una roba non stufa, anzi. E ogni sera che le canto mi piace proprio cantarle. Mi sembra di raccontare una bella storia a chi ascolta.
È stata una sorta di flusso di coscienza quindi.
Si, un po’ di autoanalisi, ovviamente mi son sputtanato con un sacco di gente e non solo con l’analista (ride, ndr). È stata una terapia incredibile. Poi accorgersi che un sacco di persone la pensano come te su quegli argomenti, e, hanno quel tipo di rapporto con altre persone, ti rendi conto che alla fine siamo tutti molto simili. Infatti mi sento di fare un lavoro importante, così come quando leggo un libro o ascolto una canzone, e l’autore si avvicina a qualcosa che mi tocca o che penso anche io, la trovo la cosa più utile del mondo. Qualcuno che mi dica cosa sto sentendo che non riuscivo a decifrare.
Chiuderei qui l’intervista sennò diventa un libro. Quindi ti chiedo l’ultima cosa.
Come ti dicevo, questo è il mio primo live perciò, che cosa mi devo aspettare?
Beh allora, ti devi aspettare grandi pianti (grazie Alberto per prendermi palesemente per il culo. Lui ride, io meno; ndr). No, scherzo dai. È un concerto suonato, non abbiamo ausilio di frequenze ne niente, sono solo cinque musicisti che se la suonano e se la cantano. Abbiamo cercato di fare un percorso su tutti i dischi, la scaletta è un po’ diversa ogni sera, perché è bello non avere una cosa fissa, quindi leggere e interpretare il volere del pubblico è molto divertente e interessante. È un concerto che, mi piacerebbe vedere prima o poi, per quanto impossibile (ride, ndr). C’è un lavoro dietro, cercare di coinvolgere il pubblico e portarlo nel nostro mondo piano piano.
Bene, io ti ringrazio tantissimo davvero e in bocca al lupo.
Poi mi ha chiesto l’accendino e ci siamo presi un’altra birra.

Foto: Capanno Blackout