I Hate My Village, “I HATE MY VILLAGE”
Costanza Ambrosi - Gennaio 21, 2019
L’Africa degli I Hate My Village: una passione che oltre la fama unisce e crea piccoli capolavori
Venerdì 18 gennaio, per La Tempesta dischi è uscito “I HATE MY VILLAGE”, primo album dell’omonima band costituita da Fabio Rondanini, batterista dei Calibro 35 e degli Afterhours, da Adriano Viterbini, chitarrista dei Bud Spencer Blues Explosion, da Alberto Ferrari dei Verdena e da Marco Fasolo dei Jennifer Gentle.
Nomi altisonanti che nel tempo diverse generazioni hanno imparato a conoscere, artisti che non hanno bisogno di presentazioni celebrative o elogi di circostanza, perché la storia della musica italiana degli ultimi venti anni parla per loro.
La notizia che agli inizi dei questo 2019 sarebbe uscito un loro progetto ispirato alle sonorità africane mi aveva spiazzato, ma allo stesso tempo incuriosito e affascinato, quindi mi sono subito messa ad ascoltare i due singoli di lancio “Tony Hawk of Ghana” e “Acquaragia” e ogni perplessità su tale bizzarra commistione è svanita.
Un ritmo incalzante, elettrico, dove la chitarra sovrana tesse lo schema metrico con la frenesia battente della batteria, dove il timbro ipnotico di Ferrari tiene all’ascolto senza distrazione alcuna tanto che, inconsciamente, si finisce per perdersi nelle sonorità del brano stesso, catturati come da un sortilegio mistico e questo, badate bene, solo all’ascolto dei primi due singoli.
Un album che è un vortice musicale continuo e dirompente, un progetto magistralmente eseguito che ad ogni brano meraviglia e disorienta
Troviamo poi le restanti tracce, riunite in “I HATE MY VILLAGE”, singolari tappe obbligate di un percorso musicale forte e coerente, dove ogni brano si struttura in più livelli tematici, melodici e ritmici, in un’alternanza eclettica e stimolante.
In “Presentiment” il Groove Elettrico è fortemente evocativo di psichedeliche atmosfere tribali, oscure e inquiete. Segue “Location 8”, un breve passaggio sonoro lo-fi, energico e d’atmosfera che si apre a “Tramp”, brano in cui la chitarra, con vigore, anima e scandisce violentemente ogni nota e tocco di corda insieme a “Fare Fuoco”, dove la voce di Ferrari torna, anche in questo caso, naturalmente come elemento portante della melodia frenetica ed elettrizzante, tutto in un continuum melodico itinerante che pare un’unica traccia.
Tra tutti poi, “Fame” e “Bahum”, due singoli dall’andatura sicuramente più sostenuta e pacata che perfettamente anticipano la chiusura di questo viaggio sonoro dove la musica è anche sogno, mezzo ed evasione.
Infine la traccia “I hate my village”, il brano che forse più s’avvicina alle sonorità sahariane e sub-sahariane, che conclude con passaggi di pura energia e divertimento questo viaggio sonoro. Un album che è un vortice musicale continuo e dirompente, un progetto magistralmente eseguito che ad ogni brano meraviglia e disorienta.
Sorprendente infatti è stato apprendere che il nome della formazione è un omaggio ad un Cannibal Movie Nigeriano dal titolo I Ate My Village (a cui la stessa copertina, ad opera di Scarful, si ispira), e lo è stato altrettanto, riscontrare il gioco di assonanze ed equivoci tra i verbi Odiare e Mangiare, tra fame viscerale di conoscenza e violenta protesta all’occlusione culturale.
“I HATE MY VILLAGE” vuole essere infatti, anche un grido d’ allarme, un urlo estemporaneo ed istintivo che si rivolge ad una dimensione urbana carnivora, famelica che trangugia l’ignoto senza assaporarne l’identità, riducendolo, senza assorbirlo, a mero scarto. Un invito alla riflessione e ad agire. Un lavoro che offre un’occasione per comprendere, attraverso la musica, quanto sia importante la ricerca, la curiosità e la libertà nell’aprirsi al diverso, all’altro oltre se stessi e le proprie tradizioni senza paura.
Concludo con un’immagine fortemente evocativa usata degli stessi I HATE MY VILLAGE per descrivere il loro progetto:«Immagina un ragazzo africano vestito all’occidentale, con in tasca un IPhone, che con i resti e le ossa di un animale morto crea uno strumento musicale.».
Qui potete ascoltare, perdervi e riflettere. Fatelo, vi prego.
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