“SOFIA”, UN FILM DI MERYEM BENM’BAREK

- Marzo 18, 2019

Affresco marocchino: parole chiare su volontà sommerse

Casablanca, oggi. Su schermo nero scorrono delle didascalie che parlano dell’articolo 490 del codice penale marocchino. Tutte le persone non sposate che hanno rapporti sessuali tra di loro sono punite con la reclusione fino a un anno. Lo schermo nero continua, ma adesso è riempito da un chiacchiericcio di sottofondo, quello un po’ rilassato tipico di chi sta celebrando un affare appena concluso, ma al tempo stesso acuminato, utile a misurare l’affidabilità del rispettivo socio. E infatti, Faouzi e Ahmed hanno appena investito molti soldi in un progetto non ben specificato che sembra abbia a che fare con l’agroalimentare. A tavola anche Zineb, la moglie di Faouzi, la sorella di quest’ultima, Leila, moglie di un ricco uomo francese, sua figlia Lena e Sofia, figlia di Faouzi. Sembrano stare tutti bene a tavola, tranne Sofia. Proprio a lei, però, il compito di fare gli onori di casa. Sofia fa la spola tra la cucina e il tavolo per portare e sparecchiare. Ed è proprio in cucina, in presenza della cugina, che Sofia comincia ad avere le contrazioni.

Lena, studentessa di medicina, le fa una breve visita e capisce subito che Sofia è incinta e qui avviene il primo colpo di scena: Sofia è incredula. Sembra irreale eppure è possibile e si chiama diniego di gravidanza: la donna incinta rifiuta la gravidanza e non se ne accorge poiché non le cresce la pancia e i restanti sintomi non vengono considerati dalla donna in quanto tali.

Sofia cerca in tutti i modi di nascondere l’accaduto alla famiglia che, però, ne viene irrimediabilmente a conoscenza. Comincia allora la ricerca del padre per evitare la prigione alla giovane ragazza. Non svelerò altro ma al tempo stesso intendo ammonirvi: non siamo di fronte ad un road movie che procede in modo orizzontale tramite incontri strampalati. Questo film è molto altro, forse tutt’altro, rispetto alla semplice ricerca del padre della bambina di Sofia.

Partendo dall’incidente scatenante iniziale, ovvero la gravidanza di Sofia e la sua incredulità a riguardo, è bene dire che questo non è che uno dei colpi di scena che segnano in modo indelebile il film, che oscilla continuamente tra il detto e il non detto.
Questo è il vero punto di forza dell’opera che, sotto una superficie costituita da una robusta dose di dialoghi, scritti in modo eccellente, fa muovere incessanti desideri e volontà taciute, spesso l’esatto opposto di ciò che i personaggi discutono. Dire determinate cose per dire altro: la quintessenza della scrittura da fiction.

E se possiamo dire riuscita (e a quali livelli!) questa tecnica di scrittura molto complessa, anche quando i dialoghi, invece, vanno dritti al punto e non vogliono far intendere nient’altro di ciò che letteralmente dicono, questi non risultano mai didascalici, ma sempre incisivi, chirurgici e appassionanti.

Ne esce non solo l’affresco di una storia familiare, ma di un paese intero, il Marocco, caratterizzato al suo interno da molte contraddizioni, a causa di uno scarto culturale, tra le classi benestanti e quelle povere, davvero considerevole. Un paese in cui i giovani devono ancora muoversi in base agli interessi dei genitori, in cui alcuni sono ancora costretti a matrimoni forzati, in cui ci si deve sentire in colpa e si viene condannati per un rapporto sessuale al di fuori del matrimonio, mentre si incontrano estreme difficoltà a denunciare un vero stupro. Le tematiche trattate sono davvero imponenti e ingombranti, ma esse vengono trattate in modo dinamico. Ogni dialogo sembra un dibattito acceso tra la nuova e la vecchia guardia, creando un continuo saliscendi emotivo.

Ma la Benm’Barek è troppo brava per cadere nella trappola di dividere i personaggi in due schieramenti contrapposti che rappresentino il bene e il male. Ogni personaggio di questo film combatte al suo interno con le redini del pensiero tradizionale che tirano da una parte e con quelle della libertà che tirano dall’altra. Tutti, inoltre, hanno apparentemente le loro ragioni, per pensare, e fare, il bene come il male. È sbalorditivo, se si pensa che quest’opera riesca a donare una tale ricchezza di sfumature a così tanti personaggi nel giro di soli 80 minuti circa.

A coronare la riuscita del film, le prove magistrali di tutti gli attori. Questi riescono a dare vita alla meravigliosa partitura scritta per loro dalla regista Meryem Benm’Barek. Spiccano per bravura quelle che, nonostante ci si trovi di fronte ad un film corale, possiamo definire le due protagoniste, Maha Alemi (Sofia) e Sarah Perles (Lena). Davvero molto brava anche Lubna Azabal (Leila) che riesce a regalare diverse sfaccettature, nell’intonazione e nella gestualità, ad un personaggio per cui è davvero alto il rischio che venga rappresentato come una macchietta.

La fotografia bluastra e aranciata (soprattutto nella prima parte) acuisce il mistero che aleggia dietro le parole di ciascuno dei personaggi e va a completare la “lezione di storia e antropologia” cominciata dalla sceneggiatura, fornendo perfette tonalità di colore alle inquadrature, strette e larghe, di città, che, dal canto loro, invece, ci forniscono le coordinate spaziali all’interno delle quali si muove la storia.

Unica nota dolente, che non permette al film di essere definito un vero e proprio capolavoro, sono le soluzioni registiche adottate dalla Benm’Barek. A far storcere il naso non è tanto il massiccio uso dell’inquadratura fissa, che anzi definirei un’ottima soluzione dal momento che “Sofia” risulta essere un film così fortemente improntato sulla componente dialogica e ha a sua disposizione un cast davvero ottimo per dare vita alle parole della regista e sceneggiatrice marocchina.

A non convincere, dicevo, è, più che altro, la composizione dell’inquadratura stessa e alcuni passaggi un po’ didascalici. Nonostante ciò, vi sono alcuni belle sequenza visive che, però, sono in netta minoranza rispetto a quelle meno entusiasmanti. A rimanere sicuramente impresse, sia dal punto di vista registico nonché della sceneggiatura, sono, tra le scene che posso citare evitando spoiler, il dialogo centrale nella terrazza della casa di Leila che da sul mare, il dialogo tra Leila e Lena nella camera da letto di quest’ultima e la sequenza della festa.

Il film ha vinto il premio per la miglior sceneggiatura a Cannes, nella sezione Un certain reguard ma mi sento sicuro di poter dire che avrebbe gareggiato per la vittoria anche per il Prix du scénario, il premio della sceneggiatura dei “grandi”, ovvero di quei film in gara per il “Concorso”, la principale sezione di lungometraggi del festival.


Commenti

Lascia un commento

La tua mail non sarà visibile. I campi contrassegnati sono obbligatori *


Radio Cult

Background