DOGMAN

- Maggio 29, 2018

Ecco un altro tassello in questi mesi di felice cinema italiano. Anche Matteo Garrone, dopo la grande popolarità di Gomorra e l’ultimo Il racconto dei racconti, torna in sala con un lavoro che aveva in cantiere da molti anni. Dogman si ispira liberamente al feroce fatto di cronaca del cosiddetto Canaro della Magliana, avvenuto nella periferia romana a fine anni Ottanta.

Il film in concorso a Cannes la settimana scorsa ha ricevuto gli applausi di critica e pubblico e ha vinto il premio per l’interpretazione maschile di Marcello Fonte. E proprio da Marcello (alias Marcello) dobbiamo partire per discutere di questo lungometraggio. Marcello si occupa di toelettatura per cani e gestisce la sua attività in un quartiere particolarmente fatiscente e isolato, definito geograficamente solo dal romanesco dei suo abitanti. Colori spenti e luci opache, desolazione e squallore: la sensazione è quella di essersi immersi in uno scenario quasi post-apocalittico. In questo ambiente l’esile dogman Marcello si dedica con cura ai suoi cani e trascorre quei pochi pomeriggi a disposizione con la figlia Alida; ma questo appare marginale e il cuore pulsante della storia diventa il rapporto che ha con Simone (Edoardo Pesce), il “ragazzone” violento e criminale. Simone è odiato nel quartiere, cosa che non sembra affatto toccarlo, ma con Marcello la faccenda è diversa; tra loro intercorre quasi un’amicizia, una relazione di dipendenza reciproca da cui uno riceve la droga e l’altro soldi. Un legame torbido e malato, essenzialmente di sfruttamento, in cui l’uno è l’opposto dell’altro: Simone sfrutta e domina, imponendosi con forza bruta, Marcello subisce, non potendo fare altrimenti, e ne cerca i vantaggi, fino alla svolta tragica. Simone è un cane rabbioso di cui Marcello, in fin dei conti, si prende cura fino all’ultimo, anche quando diventa la sua nemesi. Giustamente si sta elogiando parecchio Marcello Fonte per la sua interpretazione perfettamente calzante e riuscita, ma essa è tale grazie anche alla controparte Simone, ben sostenuta da Pesce.

Diversamente dalle aspettative, Garrone non cade in eccessi di violenza truculenta e non inscena un fatto di cronaca. Racconta, invece, una parabola nera, volutamente poco collocabile, che per tutta la sua durata un po’ stordisce e un po’ turba: risulta difficile empatizzare con i personaggi, soprattutto con il protagonista che diventa un emblema tanto di mitezza e dolcezza paterna, quanto di efferatezza repressa e sadica lucidità. Una vicenda amara e sorda a ogni tenue grido di umanità che, non trovando spazio, soffoca.

Vi aspetta al Postmodernissimo.


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