LE LUCI DELLA CENTRALE ELETTRICA | Moon In June
Giovanni Anderlini - Giugno 30, 2018
Ci si ritrova in un’isola in mezzo a un lago, su di un lembo di terra bagnata dalle acque del Trasimeno, circondati dal verde dei salici e delle paludi lacustri, sotto un cielo che non vuole saperne di nuvole e temporali preferendo colori e tramonti. Ci si ritrova seduti, accomodati e a proprio agio, in questa parte di natura dimenticata, con gli occhi rivolti ai litri d’acqua del lago e alla riva che fa da base al palco. Ci si ritrova in pace – tranquillità assoluta – interrotta solo dal rombo di un motoscafo in lontananza dal quale, come un pescatore che ha sbagliato luogo d’attracco, scende a piedi nudi un uomo dalla barba lunga e buia. L’uomo s’intravede solo stringendo gli occhi, che non riescono ad aprirsi accecati dal tramonto. Ora è sul palco del Moon in June, circondato dai suoi musicisti, e una chitarra elettrica è il riff iniziale de “I destini generali”: Vasco Brondi (Le Luci della Centrale Elettrica) ha iniziato il suo concerto.
Con lui sul palco il violino di Rodrigo D’Erasmo (Afterhours), il violoncello e i controcanti soavi di Daniela Savoldi, le percussioni di Daniel Plentz (Selton), la chitarra e il basso rispettivamente di Andrea Faccioli e di Gabriele Lazzarotti.

La maggior parte delle canzoni arrivano dai suoi ultimi due dischi: Costellazioni (uscito per La Tempesta nel 2014) e Terra (uscito per Cara Catastrofe nel 2017). Sfilano infatti velocemente i brani: “Le ragazze stanno bene”, “Qui”, “Coprifuoco”, “Un bar sulla via lattea”, “Stelle marine” e “Waltz degli scafisti”. Suoni dolci, che riportano gli arrangiamenti in studio dei due dischi e che, adattati all’inedita formazione sul palcoscenico, non perdono mai di “tiro” e di efficacia.
Per cogliere interamente un concerto di Vasco Brondi, soprattutto se in un contesto del genere, ci sono almeno tre organi del nostro corpo che, su lunghezze diverse, necessitano di stare in apertura: l’orecchio – al solito -, per cogliere il suono semplice, diretto e quanto mai vero dei tanti strumenti suonati; l’occhio attento, per contemplare il paesaggio attorno al palcoscenico; e il cuore vivo, per apprezzare la sensibilità di testi a tratti criptici e a tratti tanto chiari da aprire una voragine dentro.
Dal connubio di tutto questo, forse, deriva l’atmosfera di intensa intimità fra pubblico e musicisti che – interrotta solo dai “tafferugli” dello spettatore che ne sa più di chi è sul palco – non cala per tutto il tempo dello spettacolo. Tutt’altro, l’attenzione aumenta quando Brondi si lancia in una “Piromani” chitarra-voce, o quando vengono riproposti vecchi e fortunati brani come “Cara Catastrofe” e “Quando Tornerai dall’Estero”. Senza dimenticare i passaggi importanti attraverso gli ultimi lavori, come “Macbeth nella Nebbia”, “Moscerini”, “Firmamento” e “Chakra”. Spazio anche ai riferimenti e agli eroi che hanno ispirato l’attitudine del compositore, con una cover di “Amandoti” dei CCCP che si mimetizza perfettamente nella scaletta e che precede la lunga scia di applausi finali che si porta dietro con sé “A forma di fulmine”, l’ultima canzone della serata.

Vasco Brondi ha quella preziosa concezione di musica che sa andare oltre la propria dimensione, passando attraverso l’ascoltatore per poi continuare il suo percorso e coniugarsi con l’ambiente circostante: nelle sue forme, nei suoi colori e odori; nel vento che smuove i vestiti estivi e che sposta l’acqua di un lago dando l’illusione di un’onda marina. Natura e paesaggio come luoghi sacri, da unire all’irripetibilità di un concerto che si può condividere solo nel “qui ed ora”: in questo specifico luogo, con queste persone, alla luce di questo tramonto che domani non sarà lo stesso. È proprio questo l’intento della serie di concerti che Le Luci della Centrale Elettrica sta portando in giro per il paese.
Così la percezione che si ha uscendo da uno di questi spettacoli è che probabilmente in quel preciso lembo di terra dell’Isola Maggiore, toccato dalle acque del Trasimeno, che è stato il luogo di un concerto tanto intenso, non ci torneremo mai più. E se mai dovessimo rifarlo – fra qualche anno, magari per sbaglio, durante una gita fuori porta – non troveremo più quei fatti unici che lì vi avevamo lasciato. Le sensazioni però ci torneranno alla memoria, mentre cercheremo con lo sguardo il motoscafo che accompagnava Vasco Brondi verso il palco, immaginando che egli possa essere ancora lì, ogni sera al tramonto, a suonare assieme a tutta la sua orchestra di collaboratori e turnisti; lì a vivere quei luoghi dimenticati da tutti, ma non da chi è capace di comunicare con essi attraverso la musica.
Foto: Andrea Adriani