EP – NEON KID | RECENSIONE

- Aprile 22, 2018

I Neon Kid si sperticano lungo la non facile via dell’esordio discografico.

Loro sono il mio gruppo preferito, in assoluto, sono i numeri uno.

Era un sacco che volevo andare a sentirli e non ci riuscivo mai, vuoi per un impegno vuoi per un altro.

Non ho visto nemmeno un loro concerto e stavo morendo dalla frustrazione.

Poi ho rinunciato a stare dietro ai capricci dei Tool e mi sono buttato sulla prima cosa che mi capitava, e per caso sono finito su questo gioiellino. NEON KID EP, si chiama. Mini album d’esordio per la band di Ponte San Giovanni, dunque, con cinque pezzi che condensano due anni di lavoro in sala prove e non.

I brani, tutti piuttosto brevi, lasciano soltanto immaginare le storie che stanno dietro alla loro realizzazione. I riff sono accennati, minimali, e trasudano solo in parte di ispirazione tooliana, mentre la voce di Enrico vi si avvicina molto di più. Non che sia un male, anzi. L’ambientazione etereo-ipnotica evocata dalla copertina si sposa splendidamente con l’ascolto dei brani, che portano titoli evocativi e azzeccatissimi. La cura con cui è stato realizzato il tutto (mixing, grafica, arrangiamenti, testi), nonostante si tratti di un album autoprodotto, è davvero encomiabile.

Il primo pezzo, Helluva Universe, è cortissimo. Il riff morbido introduce UNA strofa e UN ritornello, e il pezzo si chiude dopo una sequenza che riprende il riff iniziale. Al primo ascolto ho avuto la sensazione di annaspare, come se non mi fosse stata data abbastanza aria per respirare: ma il mio coinquilino ha suggerito che un brano non deve essere per forza lungo per essere buono, e devo ammettere che ha ragione.

Triassic House è il mio pezzo preferito. Da subito sembra rifarsi ai primi Tool di Undertow, e la maestria con cui la parte ritmica si lega al cantato “ondoso” lo conferma. Se fossimo nei primi anni ’90 questo sarebbe stato un ottimo singolo: se fossimo nel 2005 l’avremmo sentito su Radio X in GTA San Andreas, falciando pedoni con la macchina per le strade di Los Santos. Sigh.

Anthropocene parte con un timbro più oscuro e in effetti Enrico mantiene un registro grave che non gli appartiene pienamente; lo preferisco a tonalità più alte. Anche qui pare di risentire gli anni ’90 con un suono piuttosto “hard” e riffoni apocalittici; ci piace.

Earth From Above evoca sensazioni decisamente più post-rock. Unica strumentale del disco, ma i rumori e i campionamenti lasciati sapientemente sullo sfondo ci teletrasportano in una città caotica e piena di gente di fretta, per poi farci allontanare lentamente sempre più in alto, come in un pallone aerostatico, fino a vedere la città dall’alto, poi una regione indistinta, i continenti, e infine la Terra tutta (forse un po’ troppo didascalico, scusate).

L’ultimo pezzo, Arborea, parte con un tocco di “elettronica” alla Mömi accompagnato da un dolce arpeggio di chitarra, cui si aggiunge poi un voce sognante. Forse distratto dal titolo, mi faccio cullare sognando dolci colline e boschi di quercia antichissimi. Un ottimo trip, grazie.

Che altro dire? A me è piaciuto. Speriamo quindi di sentirli presto live!

I Tool, intendo.

(Anche loro dai <3)


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