Tre Allegri Ragazzi Morti, “Sindacato dei Sogni” – Recensione, copertina, tracklist
Roberto Bondi - Gennaio 25, 2019
Dato il titolo dell’album, “Sindacato dei sogni“, ho provato ad ascoltarlo prima di andare a dormire. Chissà, ho pensato, magari le canzoni mi entrano in testa, e il traumatico risveglio del giorno dopo alle 6 e mezzo del mattino sarà meno sconvolgente con la musica dei Tre Allegri Ragazzi Morti in testa. Ed è stato proprio così. Anche se, bisogna dirlo, il titolo c’entra poco con il fatto di dormire e dei sogni: è la traduzione di Dream Syndicate, band esponente del Paisley Underground, un movimento musicale rock alternativo con un sound psichedelico.
Questo ci permette di affrontare la novità presente nel “Sindacato dei sogni”, ovvero la vena psichedelica, che scorre più o meno attraverso tutto l’album. E devo dire che non ci sta male per niente; anzi, rappresenta l’appiglio a cui aggrapparsi fortemente per tornare ai temi e alle sonorità classiche della band di Pordenone, tant’è che l’album inizialmente doveva chiamarsi “Classic”.

Ritroviamo la cara provincia, descritta con amore nel brano “Calamita” (“e quando ritorno io mi catapulto/ e come ad Acapulco sto bene solo qua”) che ricorda un classico della band, “Prova a star con me un’altro inverno a Pordenone”. Forse per questo ritorno alle origini, ascoltando l’Lp si possono notare altri parallelismi con dei brani dei primi anni della band: ad esempio, la ragazza autodeterminata e libera descritta in “AAA cercasi” (“c’era una ragazza non credente/ capace di star sola quando vuole/ di trovare le parole/ E di urlare quanto vuole”) ricorda quella sorridente e forte del “Principe in bicicletta”. Ma anche l’aggressivo e danzereccio “Mi capirai (solo da morto)” (“mi capirai solo da morto/ è il destino di chi è soltanto un po’più avanti di te”) che sembra rifarsi alla sfrontata e ribelle “Mai come voi”.
Alcuni brani invece risultano più ostici ad un primo ascolto: “Accovacciata gigante” (dove si può sentire un gorgheggiante Toffolo); “Non ci provare“; fino alla lunga “Una ceramica italiana persa in California” (12 minuti di brano dedicati alle ceramiche in copertina raffiguranti i tre gattini, denominati con i titoli dei singoli che hanno anticipato l’album: Calamita, Caramella e Bengala). Sono brani, questi, caratterizzati da un sound più prog e psichedelico, e possono risultare difficili a chi è abituato ad un altro genere musicale.
Il bello della band di Pordenone è proprio questo: sapersi rinnovare ogni volta, sorprendendoci ma restando sempre fedele ai propri principi. C’è un motivo se sono in giro da quasi vent’anni. Inoltre, dobbiamo tener conto anche che, solitamente, quando è presente un’innovazione rispetto ad album precedenti, si fa riferimento, oltre che alle influenze musicali della band, anche al produttore: in questo caso si tratta di Mattia Bordin (ex-Mojomatics e Squadra Omega), interlocutore perfetto per la ricerca del nuovo sound: synth, flauto traverso, arpeggiatori, piano elettrico e anche un sassofono, che aiutano a rendere questo nuovo ritmo più concreto e pieno, sicuramente capace con il tempo di sapersi infiltrare anche nelle menti più resistenti. Un suono tuttavia più umano, quasi naturale, in netta contrapposizione a quello caratterizzante l’album precedente, “Inumani”.
Insomma, questo ottimo disco mi lascia una strana curiosità e un dubbio atroce: chissà cosa si inventeranno la prossima volta, i Ragazzi Morti di Pordenone saranno pronti per una nuova sfida?
Copertina

Tracklist
1. Caramella
2. Calamita
3. C’era un ragazzo che come me non assomigliava a nessuno
4. AAA Cercasi
5. Accovacciata gigante
6. Bengala
7. Mi capirai (solo da morto)
8. Difendere i mostri dalle persone
9. Non ci provare
10. Una ceramica italiana persa in California
11. Con i bengala in cielo
Foto di Ilaria Magliocchetti Lombi